mercoledì, 28 settembre 2005
Nello sviluppo della tipologia del grattacielo, a partire dall’approccio eminentemente strutturale dei primi anni, fino a quella che Tafuri definisce l’impasse degli anni ’20, sono enucleabili alcune questioni insolute. Si pone in atto una «scissione fra innovazione tecnologica e sviluppo dell’organismo architettonico» che porta all’esaltazione del grattacielo come “cattedrale del commercio” ed all’accentuazione del suo carattere autopubblicitario. Viene così sbarrata la strada a eventuali «verifiche scientifiche della sua economicità o a nuove ricerche relative alla sua tecnologia». Inoltre, il carattere speculativo delle numerose imprese edilizie che interessano la city, sembra porsi in contrasto con le istanze di pianificazione del centro urbano: «Il dominio delle corporations non riesce a comporre unitariamente le strutture fisiche della città terziaria: si rivela ancora incapace di leggere la città come servizio complessivo dello sviluppo». L’eclettismo degli anni 20 si porrebbe, in quest’ottica, come un’acritica “copertura” di questi problemi irrisolti.
421-22
«La disinvoltura e il pragmatismo dell’eclettismo statunitense» che caratterizza i grattacieli di questi anni (fino alla «soglia degli anni ‘20») secondo Tafuri si pone in continuità con le vicende dell'architettura americana ottocentesca.
«Sia per Jefferson, che per Latrobe, che per Post, Corbett o Cass Gilbert, le fonti europee si presentano con un identico carattere di convenzionalità. Cambia il “valore” da esprimere – le virtù repubblicane per Jefferson, l’austero elementarismo della democrazia greca per Latrobe, la sacralità gotica, come esaltazione dell’imprenditorialità nelle ‘Cattedrali del Commercio’ di Gilbert – ma esiste un identico atteggiamento di indifferenza rispetto al materiae linguistico importato. È come se l’architettura, e questo in modo del tutto esplicito nei grattacieli eclettici degli anni ’10, si fosse scissa in due, così da poter abbreviare al massimo la progettazione in sede formale e approfondirla in senso funzionale e strutturale».
422

Viene affermato «il primato dell’organismo sulle sovrastrutture formali», declassando il problema del linguaggio architettonico a «valore strumentale e secondario, tale da presentarsi del tutto antitetico agli attributi ideologici assegnati dalle avanguardie europee alle nuove sintassi non figurative». Tafuri parla di un processo di «deideologizzazione dell’architettura».

Un nodo di particolare importanza, in questa vicenda, sarebbe costituito dal concorso per il Chicago Tribune, cui partecipano 145 architetti americani. Una rassegna dei progetti proposti può offrire un’arco esauriente della siituazione dell’architettura statunitense in quegli anni. «L’intera gamma delle proposizioni eclettiche viene sfoderata in una competizione dominata dal più assoluto cinismo». 427

Tutta la vicenda del concorso sembra segnata da una sostanziale indifferenza nei confronti del ruolo urbano del grattacielo: «Gli architetti americani non producono più eventi alla scala metropolitana, ma si sforzano di dare stabilità formale ad oggetti architettonici le cui leggi intrinseche vengono ormai ignorate». 430

«L’assurdo del concorso per il “Chicago Tribune” è dunque nel voler congelare istituzionalmente l’oggettualità del grattacielo, nel volerne consacrare proprio l’autonomia che andava contestata, affinché una nuova fase di ricerca potesse essere iniziata».

Di rilevanza particolare per la comprensione rapporti che legano in questo momento architettura americana e cultura europea, è la partecipazione al concorso di architetti tedeschi e austriaci.

* Nota al legame McGraw/Lönberg-Holm. A proposito del McGraw-Hill building, Tafuri cita come possibile fonte il progetto di Wright del 19020/25 per gli uffici National Life Insurance co. - con particolare riferimento ai blocchi perpendicolari alla lama centrale, più alta, dell'edificio. Potrebbe essere interessante verificare se questo stesso progetto sia servito da fonte nella progettazione del PSFS. Il semplice riscontro di affinità formali potrebbe avvalorare l'ipotesi dell'interessamento da parte di Howe all'opera di Wright.

Nello sviluppo della tipologia del grattacielo, a partire dall’approccio eminentemente strutturale dei primi anni, fino a quella che Tafuri definisce l’impasse degli anni ’20, sono enucleabili alcune questioni insolute. Si pone in atto una «scissione fra innovazione tecnologica e sviluppo dell’organismo architettonico» che porta all’esaltazione del grattacielo come “cattedrale del commercio” ed all’accentuazione del suo carattere autopubblicitario. Viene così sbarrata la strada a eventuali «verifiche scientifiche della sua economicità o a nuove ricerche relative alla sua tecnologia». Inoltre, il carattere speculativo delle numerose imprese edilizie che interessano la city, sembra porsi in contrasto con le istanze di pianificazione del centro urbano: «Il dominio delle corporations non riesce a comporre unitariamente le strutture fisiche della città terziaria: si rivela ancora incapace di leggere la città come servizio complessivo dello sviluppo». L’eclettismo degli anni 20 si porrebbe, in quest’ottica, come un’acritica “copertura” di questi problemi irrisolti.
421-22

«La disinvoltura e il pragmatismo dell’eclettismo statunitense» che caratterizza i grattacieli di questi anni (fino alla «soglia degli anni ‘20») secondo Tafuri si pone in continuità con le vicende dell'architettura americana ottocentesca.

«Sia per Jefferson, che per Latrobe, che per Post, Corbett o Cass Gilbert, le fonti europee si presentano con un identico carattere di convenzionalità. Cambia il “valore” da esprimere – le virtù repubblicane per Jefferson, l’austero elementarismo della democrazia greca per Latrobe, la sacralità gotica, come esaltazione dell’imprenditorialità nelle ‘Cattedrali del Commercio’ di Gilbert – ma esiste un identico atteggiamento di indifferenza rispetto al materiae linguistico importato. È come se l’architettura, e questo in modo del tutto esplicito nei grattacieli eclettici degli anni ’10, si fosse scissa in due, così da poter abbreviare al massimo la progettazione in sede formale e approfondirla in senso funzionale e strutturale».
422

Viene affermato «il primato dell’organismo sulle sovrastrutture formali», declassando il problema del linguaggio architettonico a «valore strumentale e secondario, tale da presentarsi del tutto antitetico agli attributi ideologici assegnati dalle avanguardie europee alle nuove sintassi non figurative». Tafuri parla di un processo di «deideologizzazione dell’architettura».

Un nodo di particolare importanza, in questa vicenda, sarebbe costituito dal concorso per il Chicago Tribune, cui partecipano 145 architetti americani. Una rassegna dei progetti proposti può offrire un’arco esauriente della siituazione dell’architettura statunitense in quegli anni. «L’intera gamma delle proposizioni eclettiche viene sfoderata in una competizione dominata dal più assoluto cinismo». 427

Tutta la vicenda del concorso sembra segnata da una sostanziale indifferenza nei confronti del ruolo urbano del grattacielo: «Gli architetti americani non producono più eventi alla scala metropolitana, ma si sforzano di dare stabilità formale ad oggetti architettonici le cui leggi intrinseche vengono ormai ignorate». 430

«L’assurdo del concorso per il “Chicago Tribune” è dunque nel voler congelare istituzionalmente l’oggettualità del grattacielo, nel volerne consacrare proprio l’autonomia che andava contestata, affinché una nuova fase di ricerca potesse essere iniziata».

Di rilevanza particolare per la comprensione rapporti che legano in questo momento architettura americana e cultura europea, è la partecipazione al concorso di architetti tedeschi e austriaci.
Il progetto di Lönberg-Holm per il Chicago Tribune è interpretato da Tafuri come anticipatore del MCGraw-Hill Building di Raymond Hood. È interessante il fatto che lo stesso progetto venga citato dalla critica come fonte per il progetto del PSFS. A proposito del McGraw-Hill building, Tafuri cita come possibile fonte  anche il progetto di Wright del 1920/25 per gli uffici National Life Insurance co. - con particolare riferimento ai blocchi perpendicolari alla lama centrale, più alta, dell'edificio. Potrebbe essere interessante verificare se questo stesso progetto sia servito da fonte nella progettazione del PSFS. Il semplice riscontro di affinità formali potrebbe avvalorare l'ipotesi dell'interessamento da parte di Howe all'opera di Wright.

Manfredo Tafuri rintraccia, nei progetti per il Chicago Tribune, ricche anticipazioni sul linguaggio del grattacielo dopo gli anni '30. ["La montagna disincantata", in La città americana : dalla guerra civile al New Deal , Roma 1973, p. 444].

Il problema "linguistico" del grattacielo trova, nella vicenda del concorso, un importante banco di prova. Ma la questione del rapporto problematico fra struttura e stile architettonico, in rapporto alla tipologia del grattacielo, verrà risolto solo dopo che «un nuovo sistema di convenzioni linguistiche - quello fissato da Hitchcock e Johnson della formula "International Style" - avrà offerto alla prassi professionale statunitense un pacificante e unitario punto di sviluppo» [446]. È proprio su questo crinale, in questo momento di passaggio, che andrebbe collocata l'opera di Howe & Lescaze. Lo stesso Scully, in American Architecture and Urbanism, introduce il grattacielo per la Philadelphia Saving Fund sottolineandone il carattere di passaggio: «finally, the true last of the old and the first of the new, but not a New Yorker, appeared» [154].
Ed è la stessa congiuntura economica dell'America sul finire degli anni '20, a dare a questo progetto, assieme a quello per il Rockefeller Center, un carattere transitorio: «Indubbiamente, il 1929 è l'anno che segue una svolta nella storia delle Cities Statunitensi. E non solo perché, a cavallo del' "crollo" di Wall Street si realizzano, paradossalmente, le ultime grandi imprese edilizie nei cuori terziari di Manhattan e di Philadelphia - il Rockefeller Center, il PSB, l'Empire State Building vengono completati fra il '29 e i primi anni '30, sulla base di investimenti precedenti la crisi e per sfruttare le condizioni favorevoli per l'edilizia - ma anche perché è in questo momento che gli squilibri interni dell'assetto metropolitano degli Stati Uniti, e proprio per effetto delle misure anticicliche elaborate via via, subiscono un radicale riassestamento» [466].

A pagina 479-481 si accenna al progetto per la Chrystie-Forsyth Parkway.

Nota 116.

Il inguaggio delle avanguardie degradato a "stile", ad operazione pubblicitaria.

L'opera di Raymond Hood assume, a partire dalle opere successive al Chicago Tribune, il linguaggio dell'architettura radicale europea, ma lo depura di qualsiasi elemento ideologico. Il linguaggio delle avangurdie è così degradato a «stile», ad operazione pubblicitaria. Nell'opera di Hood, scrive Tafuri, «non esiste alcuna ideologia del mutamento - tema centrale delle corenti vitalistiche delle avanguardie europee - bensì una considerazione tutta realistica e commerciale di esso. L'adozione, nella grande scala dei nuovi grattacieli di Manhattan, delle depurazioni importate dall'Europa, contine, agli inizi degli anni '30, un potenziale comunicativo superiore a quello del Chrysler Building e dello stesso Empire State Building: nella metropoli composita e in continua trasformazione, ancora dominata dall'eclettismo, l'inserimento clamoroso di oggetti di avanguardia è destinato a produrre un effetto shock altrimenti irraggiungibile». [494]

Scrive Raymond Hood: «il concetto odierno di architettura rende impossibile la nascita di uno 'stile americano'. Uno stile si sviluppa con l'imitazione e la ripetizione, entrambe letali tanto alla creatività quanto al criterio - essenziale all'arte del costruire - della massima utilità» The design of Rockefeller Center City, in «Architectural Forum» 1932, vol. LVI, #1, parte prima, 15-16.

Il problema delle facciate nel Rockefeller Center:

«per un assurdo, gli architetti si trovano, in un progetto così funzionalmente ed economicamente controllato, a ricoprire la funzione di semplici designers. Vengono così elaborate più soluzioni per lo sviluppo delle finestre: a soluzioni simili a quella finale, a sviluppo verticale, si contrappongono organizzazioni in orizzontale, a finstre raggruppate, a griglia. non a caso, è il medesimo problema che si presenta, quasi conmporaneamente, a Howe e Lescaze nella progettazione del Saving Fund Society Building di Philadelphia» [519-20]. Tuttavia, nota Tafuri, «la vicenda del grattacielo di Philadelphia è tesa fra gli interventi funzionalistici del committente e i tentativi degli architetti, alla ricerca di un nuovo linguaggio per l'edilizia alta.» [520], laddove gli architetti del Rockefeller Centre sembrano rivestire di scarso valore specifico le varie proposte di facciata.

Il risultato, in entrambi i casi, tende all'accentuazione dell'elemento verticale: fra la disposizione del McGraw Hill Building e l'inedito impaginato a fasce orizzontali del Daily News, per il Rockefeller Center si sceglie quella meno innovativa: «la soluzione a fasce verticali è quella che garantisce la massima compattezza volumetrica. A livello di struttura complessiva, gli Associated Architects sembrano voler assicurare al Rockefeller Center la scarna essenzialità di un plastico»
[520]

«è indubbio che il pubblico di New York segue le fasi di progettazione ed esecuzione del Rockefeller Center, negli anni della depressione, come ultima "avventura" urbana e come premessa per il futuro, in modo analogo a ciò che accade a Philadelphia con la costruzione del PSFS Building, anch'esso realizzato per sfruttare le economie congiunturali dovute alla crisi» [528]
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lunedì, 19 settembre 2005
«(Undated) 1932
Mr. George Howe
Howe and Lescaze, Architects
Philadelphia, PA.

Dear George:

(If you can take the liberty of calling me God I can take the liberty of calling you George?)
When I said "I wish I had him for a partner" I was envying Lescaze his promoter and defender. I get that way sometimes in my singlehandedness but know that nature cut me out from all that when she made me. I would only make a partner's life miserable and he make mine - in all but riches - futile because I couldn't stand it to see him frustrated alongside. So that is that.
I am doing a little piece on "the designing partner" for fun. I suppose no-one will publish it, but it sems [sic] to me he is a bit on the shady side of pretense as he promotes himself just now.
It is hard to be understood.
I make a distinction between interior and exterior discipline - that is my whole case.
How to set up the one in line with the ideal as against the other in line with the expedient is the whole business of democracy as I see it. I agree entirely with your second diagnosis concerning our wretched abuse of liberty and lack of restraint. Democracy is communal individuality. We exaggerate personality and forget the communal. Never mind. Out of  "too much" comes knowledge of what is enough.
No, the creative fire is here or nowhere. And culture is beginning out of chaos. The plant first, and the plant is a reached out civilization - "cultivation" of culture. I think you use the word culture as the Germans use the word Kultur. To me words are not the same thing. Nature made the larkspur but culture made the delphinium. The physical body first: a civilization. Cultivation: then culture. But I may give the thing my own special significance.
At any rate, as you say, we have so much more in common than the old licentious order of taste that we should stand together and fight.
I find myself out in no man's land now, shot at from in front, ambushed on both flanks and shot at from the rear. How glad I should be of an honest - though free to differ - alliance. Some time I hope we meet and hold this valuable ground under our feet. The International, as presented, is the Geist der Kleinichkeit. Beethoven saw it in music and fought it as I see it in architecture today and fight it as I best damn can.»

«
February 18, 1932
Mr. George Howe
Howe and Lescaze, Architects
Philadelphia, PA.

Dear George Howe:

To get back to the "Green Pastures" and going on with the Moses figure: when Moses took the ten commandments from God himself he gave the commandments to his people as they were.
God did not tell Moses to imply or pretend that he, Moses, made them.
Now, if Moses had the creative ability of God he might have thrown the commandments away and made new ones on his own for the salvation of the people. But he seems to have been perfectly satisfied to leave them as they were from whence they came and got his people out of the wilderness.
But, if Moses, being Moses, were merely ambitious to be God he would have taken the commandments and a la Gertrude Stein say he could change "thou shalt not steal" to read, say, "steal not halt thou" or "shalt not thou steal" or "thou steal not shalt" etc. etc. ad nauseam, ad libitum with all ten.
Thus he might write a whole book and beat God easy enough proclaiming himself creator of a new creed for a better and more useful life for the people of the Earth, but never have gotten his people out of the wilderness.
Imagine God in these latter circumstances? Such treachery would disappoint him, and being only God would probably anger him. I am afraid Moses would get a swipe, somehow, in order to bring him to his senses. And then God, being only God, would give him another chance to get up and try again.
My dear George: your comparison was one step too low. This will sound wulgar but you started it... Frank Lloyd Wright is God in this matter and the International seeks to be Moses.
And the internationalist does what Moses might have tried to do a la Gertrude Stein. Invents formula, retouches already good designs, emphasizes the hollow places a little and scrapes it off a little and opens it out a little more, hardens it up some and they call the result a style - a "health house" too, I believe they call it? They even call it architecture.
Does this Frank Lloyd Wright like this spoiling of the sense? Would you like it, George? Perhaps you would. But if F. Ll. W. cares at all for the ideal he has no choice but to give it a blow between the eyes or a kick in the rump, well placed, to try to bring the thing to its senses and keep opportunity open for others and for himself. He is not dead yet...
Sincerely if ungraciously, I would like to be your friend if you needed one,»


WRIGHT, Frank Lloyd
1984   Letters to architects, Fresno, pp.92-94.

In un articolo del 1953, molti anni dopo questo scambio epistolare, Howe avrebbe ricordato come l'amicizia con Wright fosse nata a partire da questa lettera. Alla mostra dedicata all'International Style del 1932, scrive Howe:

Wright era naturalmente l'ospite più importante, in veste di capostipite di una comunità, nella quale Howe e Lescaze non erano che neofiti. Ma F. Ll. W. non sopportava che il semplice suono della parola "International" venisse abbinato all'"Uomo delle Praterie". Attaccò violentemente l'"internazionalismo" architettonico, in un articolo pubblicato nella rivista "Shelter", ed io fui invitato a scrivere una replica che contrastasse il suo attacco. In essa, intitolata "Mosé trasformato in Faraone", gli chiedevo perché lui, il Profeta che aveva salvato il Popolo Eletto dalla prigionia, ora gli si volgesse contro per dividerlo. Al tempo non l'avevo ancora incontrato, né mai avevo scambiato una sola parola scritta con lui; ma pochi giorni dopo la comparsa dell'articolo, ricevetti un breve appunto di sua mano: "Caro George: ti scrivo solo per dirti che in questa faccenda io non sono Mosè, io sono Dio." Questo fu l'inizio di una delle mie più care amicizie.
["Some Experiences and Observations of an Elderly Architect", Perspecta #2 (1953), 1.]

Howe sembra confondere qui "Shelter" con "T-square", la rivista dove ebbe luogo la polemica. L'opinione di Wright era netta.
Lo

sciacallo 'internazionalista'... astrae una formula a partire da un'architettura vivente, od in fase di nascita, ed uccide l'architettura.
Ogni arte umana è umiliata dall'imitazione.
La vita di qualsiasi nazione è umiliata, se invece di riflettere sui principi
si fissano formule.
Se solo il nostro paese potesse "crescere i fiori, ora che tutti abbiamo il seme", a partire dal seme: evitando di trapiantare il principio, ovvero il seme.... che paese sarebbe!"

La piccata risposta di Howe, secondo Stern, costituirebbe il primo tentativo da parte di un architetto, di affrontare Wright da pari, in veste di esponente di punta degli "internazionisti".
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lunedì, 19 settembre 2005
Nasce a Ginerva e studia pittura al Collège de Genève e all'École des beaux-arts di Ginevra. Nel 1915 inizia gli studi in architettura sotto la guida di Karl Moser, alla Eidgenössische Technische Hochschule di Zurigo, dove consegue il master in architettura nel 1919. In questo stesso anno, per un breve periodo, partecipa ai lavori di ricostruzione postbellica nella Francia del nord, ed in seguito è impiegato a Parigi nello studio di Henri Sauvage. Nel 1920 si trasferisce negli Stati Uniti, dove lavora a Cleveland nella società di Hubbel & Benes, quindi nello studio di Walter MacCornack - architetto al dipartimento dell'istruzione di Cleveland. Nel 1923 avvia un proprio studio indipendente a New York. Fra gli anni Venti e Trenta, egli è uno dei pochi architetti europei che riesce a stabilire rapporti con una committenza aperta alla nuova architettura. Nei primi anni di attività professionale si mantiene con lavori di ristrutturazione e progettazione di interni - il Geller Factory showroom di Brooklyn (1928) è forse il suo lavoro più importante, improntato alle ricerche formali del movimento De Stijl. Le sue prime opere - il Bus Terminal sulla West 50th street di Manhattan e il padiglione di caccia per Jean de Syèses a Mount Cisco, New York (1927-28) - non presentano caratteri particolarmente innovativi.
Lescaze viaggia regolarmente in Europa, dove mantiene rapporti con gli ambienti delle avanguardie, e nel 1928 è l'unico rappresentate statunitense al congresso dei Ciam a La Sarraz. Nel 1928 egli viene a contatto con George Howe, celebre e stimato architetto di Philadelphia che si sta interessando alle esperienze dell'architettura radicale europea. Nel 1929 Lescaze assume la cittadinanza americana e si associa con Howe, formando lo studio associato Howe&Lescaze. È autore di alcune delle prime opere in "stile moderno" sulla East Coast. Membro dell'American Institue of Architects, è critico esterno alla Columbia University fra il '36 ed il '42, insegna design industriale al Pratt Institute fra il '43 ed il '45, scrive e tiene conferenze per promuovere la causa modernista durante l'intero arco della sua carriera.
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lunedì, 19 settembre 2005
ZEVI, Bruno
1953    Storia dell'architettura moderna, Torino, p.490.

Più limitata [di quella di Richard Neutra] è stata l'azione di Lescaze, anche perché il terreno di New York non era vergine come quello californiano, sibbene inquinato da stilismi. Natura non generosamente didattica, Lescaze ha puntato sui fatti compiuti, sugli edifici. Insieme a George Howe, uno dei più raffinati spiriti americani, ha costruito il magnifico grattacielo di Philadelphia che, adottando la pianta libera, è l'unico decisamente razionalista degli Stati Uniti. Ma Howe e Lescaze erano temperamenti troppo diversi: teso all'affermazione professionale, alla «conquista» dell'America, il secondo, ultramericano per bisogno di sentirsi inserito nella seconda patria; natura profonda e inquieta il primo, innamorato della cultura europea, funzionalista più per il gusto di sfidare un'inerte opinione pubblica che per convinzione. Unico importante architetto pronto a riconoscere sin da principio il genio di Wright, George Howe non poteva sopportare l'attivismo e l'ottimismo razionalista di Lescaze. E presto i due si divisero; Lescaze perseverò nella sua compassata e talora arida vena, di cui è testimonianza il Longfellow Building di Washington; Howe si limità a pochissime opere, tra le quali è tipica per l'incontro tra le influenze wrightiane ed europee la casa Thomas nel Maine.
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lunedì, 19 settembre 2005
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1969    The architecture of the well-tempered environment, Londra.

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2000   America, Milano.

BONAITI, Maria
2001    Kahn e la storia: "What is has always been", in "Casabella", ottobre 2001,  n. 693, pp. 6-14.
2002    Architettura è : Louis I. Kahn, gli scritti, Milano.

CIUCCI, Giorgio - DAL CO, Francesco - MANIERI ELIA, Mario - TAFURI, Manfredo
1973   La città americana: dalla guerra civile al New Deal, Roma.

COHEN, Jean Louis
1995    Scenes of the world to come: European architecture and the American challenge, 1893-1960, Paris-Montreal.

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2004   Il tempo e l'architetto: Frank Lloyd Wright e il Guggenheim Museum, Milano.

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1993    Das architektonische Vermächtnis des Amerikaners William Lescaze, in
«Werk, Bauen und Wohnen», 7-8, 1993.

GIOLLI, Raffaello
1972   L'architettura razionale, Bari.

GUBLER, Jacques
1994    Avanguardia e architettura radicale: ABC 1924-1928, Milano.

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2000   L'Architettura dell'Ottocento e del Novecento, Torino, traduzione italiana di Architecture: Nineteenth and Twentieth Centuries, London 1977.

HITCHCOCK, Henry-Russell - JOHNSON, Philip
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1966 (1932)    The International Style, New York.

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1982    William Lescaze, New York.

HUNTER, Sam
1997    The Museum of Modern Art, New York: the History and the Collection, New York.

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1962    PSFS: its Development and Its Significance in Modern Architecture, in «Journal of the Society of Architectural Historians», #21, Maggio 1962, pp. 47-83.
1986    The impact of european Modernism in the mid-20. century, New York.
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1992    The International Style: Exhibition 15 and The Museum of Modern Art, New York.

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1957   Il tramonto dell'Occidente, Milano.

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postato da: artemoltobuffa alle ore 08:27 | Permalink | commenti
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domenica, 18 settembre 2005
- il problema della partnership è realmente rilevante? E se lo è, in che termini? La monografia della Welling Lanmon dedicata a Lescaze tende a screditare il ruolo di Howe,  viceversa il testo di Stern non spreca occasione per sminuire i talenti dello svizzero. La mia impressione è che la questione sia piuttosto oziosa.
- contesto in cui nasce la costruzione. Non è Chicago, non è New York. Perché Philadelphia?
- problematizzazione dell'opera in rapporto alla costruzione storiografica di Hitchcock e Johnson.
- come trova soluzione, nel PSFS, il problema funzionale e linguistico del grattacielo? A quali opere guardano?
- rapporti col concorso per il Chicago Tribune.  Verificare se ed in che modo le proposte per il concorso divengono fonte per la progettazione del PSFS. Certamente per Raymond Hood il lodatissimo progetto di Saarinen, ed altre proposte provenienti dall'Europa, costituiranno spunto di riflessionei dopo la vittoria del progetto neogotico. È  ipotizzabile che lo stesso avvenga per Howe e Lescaze? Howe partecipò al concorso del 1923? Verificare.
postato da: artemoltobuffa alle ore 11:06 | Permalink | commenti
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domenica, 18 settembre 2005
Nasce nel 1886 a Worcester, nel Massachusetts[*]. Si laurea in lettere nel 1908, all'Harvard College. In seguito frequenta, fino al 1913, l'atelier di Victor Laloux, all'École des beaux-arts di Parigi. Lavora nello studio di Furness, Evans&Co. a Filadelfia (1914-16). Da questo momento in poi, la sua attività professionale avrà sempre luogo in associazione con altri architetti - Mellor, Meigs & Howe (1916-28); Howe & Lescaze (1929-35); Howe e Geddes (1935); Howe & Kahn (1940-41); Howe, Stonorov & Kahn (1941-44); Howe e Brown (1938, 1949-55). Fra il '42 ed il '45 è nominato architetto supervisore dell'amministrazione dell'edilizia pubblica; in seguito è Resident Architect all'American Academy a Roma (1947-49); infine è direttore del dipartimento di architettura alla Yale University (1950-54). Per quanto riguarda le affiliazioni professionali, egli è membro dell'American Institute of Architects, del T-Square Club, della Society of Beaux-Arts Architects e del Beaux-Arts Institute of Design.
La sua prima opera è la propria residenza a Chesnut Hill, Filadelfia (1914-16), una villa eclettica in mattoni e pietra, circondata da un ampio giardino, costruita al ritorno da un soggiorno europeo. Con lo studio Mellor, Meigs & Howe egli progetta pittoresche costruzioni suburbane, in uno stile adatto a soddisfare la clientela benestante locale, per le quali prende in prestito forme e tradizioni vernacolari francesi ed inglesi.
A partire dal 1925 inizia una fase ripensamento della propria attività pressionale, che si risolve nell'abbandono dello studio associato. Un nuovo interesse per  le esperienze dell'architettura radicale europea lo porta a costituire una società con il giovane William Lescaze, architetto svizzero formatosi a Zurigo, sotto la guida spirituale di Karl Moser.
L'edificio più significativo realizzato dai due architetti, per entrambi i quali rappresenta l'apice della carriera, è la sede centrale della Philadelpia Savings Fund Society (1929-32). La commissione è ottenuta grazie al precedente coinvolgimento di George Howe nella progettazione di tre piccole sedi della banca (di cui una temporanea). Il progetto figura nell'esposizione del 1932, Modern Architecture: International Exhibition, organizzata da Alfred Barr ed Henry R. Hitchcock al MoMA di New York, come esempio di costruzione a torre "moderna". Lo studio associato, nella sua breve vita, darà compimento ad una serie di progetti la cui paternità sembra essere principalmente di Lescaze: la Oak Lane Country Day School (1929), la Hessian Hill School (1931) - entrambe presentate all'espozione del MoMA - e la casa Field (1930-31). In questi stessi anni viene elaborata una serie di progetti, mai realizzati, per un edificio che ospiti il MoMA (1929-31). Fra il '32 di il '34, Howe realizza, su schema di Lescaze ma con ricorso a materiali tradizionali, la casa Wasserman. La casa Thomas (1937-39) è costruita sulla costa del Maine, con legname e pietra locale.
Negli anni '40 Howe si dedica all'edilizia residenziale popolare, con Louis Kahn e Oscar Stonorov. Fra il '42 ed il '44 propone alla Federal Works Agency un cambiamento dei modelli abitativi, legato a nuovi standar pianificatori. In questi anni Howe riveste il ruolo di Supervising Architect, massima carica statale nel campo dell'architettura statunitense. Sebbene la sua attività non determini un netto cambiamento nella progettazione residenziale popolare, la sua posizione favorisce l'accettazione del linguaggio modernista a Washington, dove nell'ambito dell'architettura istituzionale predomina ancora il linguaggio neoclassico.
In qualità di direttore del dipartimento di architettura a Yale, Howe si rende principale attore del riorientamento dei programmi edilizi verso i nuovi indirizzi dell'architettura contemporanea - è grazie al suo interessamento  che Louis Kahn riceve l'incarico per la costruzione della Yale Art Gallery. È membro o consulente di numerosi concorsi - Smithsonian di Washington (1939) e Jefferson National Expansion Memorial di St. Louis (1947), di cui stila il programma. Il suo apporto al dibattito critico sull'architettura moderna è testimoniato dal finanziamento di giornali quali «T-Square» e «Shelter» negli anni Trenta, e dalla fondazione della rivista di architettura «Perspecta», all'università di Yale.

[*] È dunque coetaneo di Mies van der Rohe ed Ernst May, e giovane tre anni più di Walter Gropius.
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sabato, 17 settembre 2005


Robert A.M. Stern, George Howe - Toward a Modern American Architecture,  New Haven and London 1975.

Il ruolo assegnato a ciascuno dei partners è il seguente: "Howe si impegna, in generale, ad assumersi la responsabilità di stabilire rapporti d'affari vantaggiosi, presenziare a riunioni e conferenze, e condurre trattative  in rapporto all'avvio e all'esecuzione degli affari dello studio associato. Lescaze si impegna, in generale, a seguire la progettazione architettonica, la gestione dell'ufficio o degli uffici, e la supervisione dei lavori di costruzione".
[90-91]

«I felt I had failed either to evolve or discover such an expression until I became consciuous of the meaning of the so-called modern system of design to the west in America and to the east in Europe. It was then I entered into my present partnership with a man who had long been studying and practising the new system. I fell it is fundamentally an architectural rediscovery of the meaning of the past and above the mere whim of individual taste. On that basis I shall defend it without personal bias since it is not my own discovery but that of many other mem seeking a technically and expressively satisfactory solution of modern architectural problems.»

Lettera di George Howe a James Willcox, 26 Maggio 1930, pubblicata in JSAH (Maggio 1962), pp. 96-97

Secondo lo Stern, la ricerca attuata da Lescaze e Howe sarebbe documentata sia dal corpus progettuale dello studio associato, sia dall'opera scritta di Howe. Questo edificio insomma andrebbe visto come test di prova dell'idea di modernità sulla quale Howe sta riflettendo.

In ogni caso, i due architetti lavoravano e vivevano a novanta miglia di distanza, in due città diverse. Né a Stern né a Philiph Johnson è mai stato chiaro quale fosse il contributo effettivo di Howe alla progettazione dell'edificio. A molti anni di distanza, Lescaze avrebbe rivendicato la paternità del progetto - "The simple truth is that I designed PSFS and nobody else" (Jordy, PSFS). E tuttavia Howe, in una lettera a Lescaze scritta a lavori completati, il 29 ottobre 1934, descriveva il progetto come l'unico alla stesura del quale i due progettisti avevano ugualmente collaborato: "It is impossible to have a succession of jobs like the P.S.F.S. in which quite effectively and in a very real sense we both participated in the design".
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sabato, 17 settembre 2005
Negli stessi anni della costruzione dello Empire State Building,

un affermato architetto "tradizionale", George Howe, in collaborazione con un architetto svizzero, William E. Lescaze, che era stato discepolo di Karl Moser, ritornava alla forma sullivaniana del grattacielo a stelo progettando la sede della Philadelphia Savings Fund Society. Va aggiungo che nel loro grattacfielo essi seguirono la concezione che i maggiori esponenti della nuova architettura moderna avevano già delineato nel decennio precedente. Una ventina d'anni dovevano ancora passare prima che si costruissero altri grattacieli di forma altrettanto interessante e nobile in città americane».
[Hitchcock 2000, 516]


È interessante che Hitchcock intepreti la rinuncia ad una forma "telescopica", a set back, come un "ritorno" alla tripartizione dei grattacieli di Sullivan. E d'altro canto la composizione del grattacielo, che esibisce nettamente la separazione fra il blocco dell'attacco a terra, la lama degli uffici, ed il coronamento, si presta a questa lettura.
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sabato, 17 settembre 2005
Le Corbusier, Quando le cattedrali erano bianche - Viaggio nel paese dei timidi, Milano 2003, trad. it. di Quand les Cathédrales étaint blanches - Voyage au pays des timides, Paris 1937.

Ormai a New York il «Rockefeller Center» proclama in faccia al mondo la dignità dei tempi nuovi con le sue halls utili e nobili, così come a Filadelfia il grattacielo di How [sic] e Lescaze.
[84]

In America gli ascensori funzionano, come l'acqua arriva negli acquai degli appartamenti, come funzionano l'illuminazione nelle strade o i treni nelle stazioni, ecc... È un fatto acquisito; non se ne discute più. Aggiungiamo che a New York la costruzione degli ascensori ha raggiunto una perfezione tecnica e plastica commovente. Conquista dei tempi moderni, prodotto di selezione, di degna architettura; un godimento per gli occhi e lo spirito.
Questa stessa qualità di lavoro, l'ho verificata ancora una volta, a un livello stupefacente, nel grattacielo di Filadelfia già citato, dove si trova una banca. C'è una civetteria, della civetteria creata con degli acciai di prima scelta; dei ventilatori, delle porte di depositi di sicurezza così straordinariamente realizzate che, nel mio taccuino, ho scritto: «Degli dei!» Sì, una perfezione che raggiunge la più alta nobiltà. Aggiungevo: «Che i Francesi mandino i loro artigiani a fare un giro presso gli ingegneri americani.»
Il segreto di una riuscita di così vaste proporzioni è legato alla suddivisione impeccabile e implacabile delle responsabilità fra i tecnici, ragruppati in Comitee per lo studio e la realizzazione delle grandi costruzioni americane. Qui non c'è un architetto, ce ne sono parecchi, scelti in base alle loro competenze specifiche: quello che sa ordinare la circolazione, quello che conosce il problema degli uffici: quello che sa «comporre» il piano; quello che sa fare una facciata; quello che è competente nei calcoli; infine il capo, coordinatore e controllore generale. Poi viene l'esercito di ingegneri specializzati: condizionamento dell'aria, telefoni, finestre, elettricità, ascensori, esperti legali, ecc... Si lavora in comitee, ossia in squadra completa, sin dall'inizio. Tutto viene coordinato sin dalla nascita dell'opera stessa, in modo sincronico e sintetico. Costruzioni di questo genere sono delle biologie perfette ed infallibili.
[96-98]

A causa di un uragano, il grattacielo di Filadelfia, già citato, ha subito un tale effetto di flessione che le porte degli uffici si sono temporaneamente inceppate e non hanno potuto essere aperte. Problemi inattesi posti a persone «di sangue freddo». Ecco chi ci potrebbe cambiare alcuni padiglioni della periferia parigina!
[101]
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