Nello sviluppo della tipologia del grattacielo, a partire dall’approccio eminentemente strutturale dei primi anni, fino a quella che Tafuri definisce l’impasse degli anni ’20, sono enucleabili alcune questioni insolute. Si pone in atto una «scissione fra innovazione tecnologica e sviluppo dell’organismo architettonico» che porta all’esaltazione del grattacielo come “cattedrale del commercio” ed all’accentuazione del suo carattere autopubblicitario. Viene così sbarrata la strada a eventuali «verifiche scientifiche della sua economicità o a nuove ricerche relative alla sua tecnologia». Inoltre, il carattere speculativo delle numerose imprese edilizie che interessano la city, sembra porsi in contrasto con le istanze di pianificazione del centro urbano: «Il dominio delle corporations non riesce a comporre unitariamente le strutture fisiche della città terziaria: si rivela ancora incapace di leggere la città come servizio complessivo dello sviluppo». L’eclettismo degli anni 20 si porrebbe, in quest’ottica, come un’acritica “copertura” di questi problemi irrisolti.
421-22
«La disinvoltura e il pragmatismo dell’eclettismo statunitense» che caratterizza i grattacieli di questi anni (fino alla «soglia degli anni ‘20») secondo Tafuri si pone in continuità con le vicende dell'architettura americana ottocentesca.
«Sia per Jefferson, che per Latrobe, che per Post, Corbett o Cass Gilbert, le fonti europee si presentano con un identico carattere di convenzionalità. Cambia il “valore” da esprimere – le virtù repubblicane per Jefferson, l’austero elementarismo della democrazia greca per Latrobe, la sacralità gotica, come esaltazione dell’imprenditorialità nelle ‘Cattedrali del Commercio’ di Gilbert – ma esiste un identico atteggiamento di indifferenza rispetto al materiae linguistico importato. È come se l’architettura, e questo in modo del tutto esplicito nei grattacieli eclettici degli anni ’10, si fosse scissa in due, così da poter abbreviare al massimo la progettazione in sede formale e approfondirla in senso funzionale e strutturale».
422
Viene affermato «il primato dell’organismo sulle sovrastrutture formali», declassando il problema del linguaggio architettonico a «valore strumentale e secondario, tale da presentarsi del tutto antitetico agli attributi ideologici assegnati dalle avanguardie europee alle nuove sintassi non figurative». Tafuri parla di un processo di «deideologizzazione dell’architettura».
Un nodo di particolare importanza, in questa vicenda, sarebbe costituito dal concorso per il Chicago Tribune, cui partecipano 145 architetti americani. Una rassegna dei progetti proposti può offrire un’arco esauriente della siituazione dell’architettura statunitense in quegli anni. «L’intera gamma delle proposizioni eclettiche viene sfoderata in una competizione dominata dal più assoluto cinismo». 427
Tutta la vicenda del concorso sembra segnata da una sostanziale indifferenza nei confronti del ruolo urbano del grattacielo: «Gli architetti americani non producono più eventi alla scala metropolitana, ma si sforzano di dare stabilità formale ad oggetti architettonici le cui leggi intrinseche vengono ormai ignorate». 430
«L’assurdo del concorso per il “Chicago Tribune” è dunque nel voler congelare istituzionalmente l’oggettualità del grattacielo, nel volerne consacrare proprio l’autonomia che andava contestata, affinché una nuova fase di ricerca potesse essere iniziata».
Di rilevanza particolare per la comprensione rapporti che legano in questo momento architettura americana e cultura europea, è la partecipazione al concorso di architetti tedeschi e austriaci.
* Nota al legame McGraw/Lönberg-Holm. A proposito del McGraw-Hill building, Tafuri cita come possibile fonte il progetto di Wright del 19020/25 per gli uffici National Life Insurance co. - con particolare riferimento ai blocchi perpendicolari alla lama centrale, più alta, dell'edificio. Potrebbe essere interessante verificare se questo stesso progetto sia servito da fonte nella progettazione del PSFS. Il semplice riscontro di affinità formali potrebbe avvalorare l'ipotesi dell'interessamento da parte di Howe all'opera di Wright.
Nello sviluppo della tipologia del grattacielo, a partire dall’approccio eminentemente strutturale dei primi anni, fino a quella che Tafuri definisce l’impasse degli anni ’20, sono enucleabili alcune questioni insolute. Si pone in atto una «scissione fra innovazione tecnologica e sviluppo dell’organismo architettonico» che porta all’esaltazione del grattacielo come “cattedrale del commercio” ed all’accentuazione del suo carattere autopubblicitario. Viene così sbarrata la strada a eventuali «verifiche scientifiche della sua economicità o a nuove ricerche relative alla sua tecnologia». Inoltre, il carattere speculativo delle numerose imprese edilizie che interessano la city, sembra porsi in contrasto con le istanze di pianificazione del centro urbano: «Il dominio delle corporations non riesce a comporre unitariamente le strutture fisiche della città terziaria: si rivela ancora incapace di leggere la città come servizio complessivo dello sviluppo». L’eclettismo degli anni 20 si porrebbe, in quest’ottica, come un’acritica “copertura” di questi problemi irrisolti.
421-22
«La disinvoltura e il pragmatismo dell’eclettismo statunitense» che caratterizza i grattacieli di questi anni (fino alla «soglia degli anni ‘20») secondo Tafuri si pone in continuità con le vicende dell'architettura americana ottocentesca.
«Sia per Jefferson, che per Latrobe, che per Post, Corbett o Cass Gilbert, le fonti europee si presentano con un identico carattere di convenzionalità. Cambia il “valore” da esprimere – le virtù repubblicane per Jefferson, l’austero elementarismo della democrazia greca per Latrobe, la sacralità gotica, come esaltazione dell’imprenditorialità nelle ‘Cattedrali del Commercio’ di Gilbert – ma esiste un identico atteggiamento di indifferenza rispetto al materiae linguistico importato. È come se l’architettura, e questo in modo del tutto esplicito nei grattacieli eclettici degli anni ’10, si fosse scissa in due, così da poter abbreviare al massimo la progettazione in sede formale e approfondirla in senso funzionale e strutturale».
422
Viene affermato «il primato dell’organismo sulle sovrastrutture formali», declassando il problema del linguaggio architettonico a «valore strumentale e secondario, tale da presentarsi del tutto antitetico agli attributi ideologici assegnati dalle avanguardie europee alle nuove sintassi non figurative». Tafuri parla di un processo di «deideologizzazione dell’architettura».
Un nodo di particolare importanza, in questa vicenda, sarebbe costituito dal concorso per il Chicago Tribune, cui partecipano 145 architetti americani. Una rassegna dei progetti proposti può offrire un’arco esauriente della siituazione dell’architettura statunitense in quegli anni. «L’intera gamma delle proposizioni eclettiche viene sfoderata in una competizione dominata dal più assoluto cinismo». 427
Tutta la vicenda del concorso sembra segnata da una sostanziale indifferenza nei confronti del ruolo urbano del grattacielo: «Gli architetti americani non producono più eventi alla scala metropolitana, ma si sforzano di dare stabilità formale ad oggetti architettonici le cui leggi intrinseche vengono ormai ignorate». 430
«L’assurdo del concorso per il “Chicago Tribune” è dunque nel voler congelare istituzionalmente l’oggettualità del grattacielo, nel volerne consacrare proprio l’autonomia che andava contestata, affinché una nuova fase di ricerca potesse essere iniziata».
Di rilevanza particolare per la comprensione rapporti che legano in questo momento architettura americana e cultura europea, è la partecipazione al concorso di architetti tedeschi e austriaci.
Il progetto di Lönberg-Holm per il Chicago Tribune è interpretato da Tafuri come anticipatore del MCGraw-Hill Building di Raymond Hood. È interessante il fatto che lo stesso progetto venga citato dalla critica come fonte per il progetto del PSFS. A proposito del McGraw-Hill building, Tafuri cita come possibile fonte anche il progetto di Wright del 1920/25 per gli uffici National Life Insurance co. - con particolare riferimento ai blocchi perpendicolari alla lama centrale, più alta, dell'edificio. Potrebbe essere interessante verificare se questo stesso progetto sia servito da fonte nella progettazione del PSFS. Il semplice riscontro di affinità formali potrebbe avvalorare l'ipotesi dell'interessamento da parte di Howe all'opera di Wright.
Manfredo Tafuri rintraccia, nei progetti per il Chicago Tribune, ricche anticipazioni sul linguaggio del grattacielo dopo gli anni '30. ["La montagna disincantata", in La città americana : dalla guerra civile al New Deal , Roma 1973, p. 444].
Il problema "linguistico" del grattacielo trova, nella vicenda del concorso, un importante banco di prova. Ma la questione del rapporto problematico fra struttura e stile architettonico, in rapporto alla tipologia del grattacielo, verrà risolto solo dopo che «un nuovo sistema di convenzioni linguistiche - quello fissato da Hitchcock e Johnson della formula "International Style" - avrà offerto alla prassi professionale statunitense un pacificante e unitario punto di sviluppo» [446]. È proprio su questo crinale, in questo momento di passaggio, che andrebbe collocata l'opera di Howe & Lescaze. Lo stesso Scully, in American Architecture and Urbanism, introduce il grattacielo per la Philadelphia Saving Fund sottolineandone il carattere di passaggio: «finally, the true last of the old and the first of the new, but not a New Yorker, appeared» [154].
Ed è la stessa congiuntura economica dell'America sul finire degli anni '20, a dare a questo progetto, assieme a quello per il Rockefeller Center, un carattere transitorio: «Indubbiamente, il 1929 è l'anno che segue una svolta nella storia delle Cities Statunitensi. E non solo perché, a cavallo del' "crollo" di Wall Street si realizzano, paradossalmente, le ultime grandi imprese edilizie nei cuori terziari di Manhattan e di Philadelphia - il Rockefeller Center, il PSB, l'Empire State Building vengono completati fra il '29 e i primi anni '30, sulla base di investimenti precedenti la crisi e per sfruttare le condizioni favorevoli per l'edilizia - ma anche perché è in questo momento che gli squilibri interni dell'assetto metropolitano degli Stati Uniti, e proprio per effetto delle misure anticicliche elaborate via via, subiscono un radicale riassestamento» [466].
A pagina 479-481 si accenna al progetto per la Chrystie-Forsyth Parkway.
Nota 116.
Il inguaggio delle avanguardie degradato a "stile", ad operazione pubblicitaria.
L'opera di Raymond Hood assume, a partire dalle opere successive al Chicago Tribune, il linguaggio dell'architettura radicale europea, ma lo depura di qualsiasi elemento ideologico. Il linguaggio delle avangurdie è così degradato a «stile», ad operazione pubblicitaria. Nell'opera di Hood, scrive Tafuri, «non esiste alcuna ideologia del mutamento - tema centrale delle corenti vitalistiche delle avanguardie europee - bensì una considerazione tutta realistica e commerciale di esso. L'adozione, nella grande scala dei nuovi grattacieli di Manhattan, delle depurazioni importate dall'Europa, contine, agli inizi degli anni '30, un potenziale comunicativo superiore a quello del Chrysler Building e dello stesso Empire State Building: nella metropoli composita e in continua trasformazione, ancora dominata dall'eclettismo, l'inserimento clamoroso di oggetti di avanguardia è destinato a produrre un effetto shock altrimenti irraggiungibile». [494]
Scrive Raymond Hood: «il concetto odierno di architettura rende impossibile la nascita di uno 'stile americano'. Uno stile si sviluppa con l'imitazione e la ripetizione, entrambe letali tanto alla creatività quanto al criterio - essenziale all'arte del costruire - della massima utilità» The design of Rockefeller Center City, in «Architectural Forum» 1932, vol. LVI, #1, parte prima, 15-16.
Il problema delle facciate nel Rockefeller Center:
«per un assurdo, gli architetti si trovano, in un progetto così funzionalmente ed economicamente controllato, a ricoprire la funzione di semplici designers. Vengono così elaborate più soluzioni per lo sviluppo delle finestre: a soluzioni simili a quella finale, a sviluppo verticale, si contrappongono organizzazioni in orizzontale, a finstre raggruppate, a griglia. non a caso, è il medesimo problema che si presenta, quasi conmporaneamente, a Howe e Lescaze nella progettazione del Saving Fund Society Building di Philadelphia» [519-20]. Tuttavia, nota Tafuri, «la vicenda del grattacielo di Philadelphia è tesa fra gli interventi funzionalistici del committente e i tentativi degli architetti, alla ricerca di un nuovo linguaggio per l'edilizia alta.» [520], laddove gli architetti del Rockefeller Centre sembrano rivestire di scarso valore specifico le varie proposte di facciata.
Il risultato, in entrambi i casi, tende all'accentuazione dell'elemento verticale: fra la disposizione del McGraw Hill Building e l'inedito impaginato a fasce orizzontali del Daily News, per il Rockefeller Center si sceglie quella meno innovativa: «la soluzione a fasce verticali è quella che garantisce la massima compattezza volumetrica. A livello di struttura complessiva, gli Associated Architects sembrano voler assicurare al Rockefeller Center la scarna essenzialità di un plastico»
[520]
«è indubbio che il pubblico di New York segue le fasi di progettazione ed esecuzione del Rockefeller Center, negli anni della depressione, come ultima "avventura" urbana e come premessa per il futuro, in modo analogo a ciò che accade a Philadelphia con la costruzione del PSFS Building, anch'esso realizzato per sfruttare le economie congiunturali dovute alla crisi» [528]
421-22
«La disinvoltura e il pragmatismo dell’eclettismo statunitense» che caratterizza i grattacieli di questi anni (fino alla «soglia degli anni ‘20») secondo Tafuri si pone in continuità con le vicende dell'architettura americana ottocentesca.
«Sia per Jefferson, che per Latrobe, che per Post, Corbett o Cass Gilbert, le fonti europee si presentano con un identico carattere di convenzionalità. Cambia il “valore” da esprimere – le virtù repubblicane per Jefferson, l’austero elementarismo della democrazia greca per Latrobe, la sacralità gotica, come esaltazione dell’imprenditorialità nelle ‘Cattedrali del Commercio’ di Gilbert – ma esiste un identico atteggiamento di indifferenza rispetto al materiae linguistico importato. È come se l’architettura, e questo in modo del tutto esplicito nei grattacieli eclettici degli anni ’10, si fosse scissa in due, così da poter abbreviare al massimo la progettazione in sede formale e approfondirla in senso funzionale e strutturale».
422
Viene affermato «il primato dell’organismo sulle sovrastrutture formali», declassando il problema del linguaggio architettonico a «valore strumentale e secondario, tale da presentarsi del tutto antitetico agli attributi ideologici assegnati dalle avanguardie europee alle nuove sintassi non figurative». Tafuri parla di un processo di «deideologizzazione dell’architettura».
Un nodo di particolare importanza, in questa vicenda, sarebbe costituito dal concorso per il Chicago Tribune, cui partecipano 145 architetti americani. Una rassegna dei progetti proposti può offrire un’arco esauriente della siituazione dell’architettura statunitense in quegli anni. «L’intera gamma delle proposizioni eclettiche viene sfoderata in una competizione dominata dal più assoluto cinismo». 427
Tutta la vicenda del concorso sembra segnata da una sostanziale indifferenza nei confronti del ruolo urbano del grattacielo: «Gli architetti americani non producono più eventi alla scala metropolitana, ma si sforzano di dare stabilità formale ad oggetti architettonici le cui leggi intrinseche vengono ormai ignorate». 430
«L’assurdo del concorso per il “Chicago Tribune” è dunque nel voler congelare istituzionalmente l’oggettualità del grattacielo, nel volerne consacrare proprio l’autonomia che andava contestata, affinché una nuova fase di ricerca potesse essere iniziata».
Di rilevanza particolare per la comprensione rapporti che legano in questo momento architettura americana e cultura europea, è la partecipazione al concorso di architetti tedeschi e austriaci.
* Nota al legame McGraw/Lönberg-Holm. A proposito del McGraw-Hill building, Tafuri cita come possibile fonte il progetto di Wright del 19020/25 per gli uffici National Life Insurance co. - con particolare riferimento ai blocchi perpendicolari alla lama centrale, più alta, dell'edificio. Potrebbe essere interessante verificare se questo stesso progetto sia servito da fonte nella progettazione del PSFS. Il semplice riscontro di affinità formali potrebbe avvalorare l'ipotesi dell'interessamento da parte di Howe all'opera di Wright.
Nello sviluppo della tipologia del grattacielo, a partire dall’approccio eminentemente strutturale dei primi anni, fino a quella che Tafuri definisce l’impasse degli anni ’20, sono enucleabili alcune questioni insolute. Si pone in atto una «scissione fra innovazione tecnologica e sviluppo dell’organismo architettonico» che porta all’esaltazione del grattacielo come “cattedrale del commercio” ed all’accentuazione del suo carattere autopubblicitario. Viene così sbarrata la strada a eventuali «verifiche scientifiche della sua economicità o a nuove ricerche relative alla sua tecnologia». Inoltre, il carattere speculativo delle numerose imprese edilizie che interessano la city, sembra porsi in contrasto con le istanze di pianificazione del centro urbano: «Il dominio delle corporations non riesce a comporre unitariamente le strutture fisiche della città terziaria: si rivela ancora incapace di leggere la città come servizio complessivo dello sviluppo». L’eclettismo degli anni 20 si porrebbe, in quest’ottica, come un’acritica “copertura” di questi problemi irrisolti.
421-22
«La disinvoltura e il pragmatismo dell’eclettismo statunitense» che caratterizza i grattacieli di questi anni (fino alla «soglia degli anni ‘20») secondo Tafuri si pone in continuità con le vicende dell'architettura americana ottocentesca.
«Sia per Jefferson, che per Latrobe, che per Post, Corbett o Cass Gilbert, le fonti europee si presentano con un identico carattere di convenzionalità. Cambia il “valore” da esprimere – le virtù repubblicane per Jefferson, l’austero elementarismo della democrazia greca per Latrobe, la sacralità gotica, come esaltazione dell’imprenditorialità nelle ‘Cattedrali del Commercio’ di Gilbert – ma esiste un identico atteggiamento di indifferenza rispetto al materiae linguistico importato. È come se l’architettura, e questo in modo del tutto esplicito nei grattacieli eclettici degli anni ’10, si fosse scissa in due, così da poter abbreviare al massimo la progettazione in sede formale e approfondirla in senso funzionale e strutturale».
422
Viene affermato «il primato dell’organismo sulle sovrastrutture formali», declassando il problema del linguaggio architettonico a «valore strumentale e secondario, tale da presentarsi del tutto antitetico agli attributi ideologici assegnati dalle avanguardie europee alle nuove sintassi non figurative». Tafuri parla di un processo di «deideologizzazione dell’architettura».
Un nodo di particolare importanza, in questa vicenda, sarebbe costituito dal concorso per il Chicago Tribune, cui partecipano 145 architetti americani. Una rassegna dei progetti proposti può offrire un’arco esauriente della siituazione dell’architettura statunitense in quegli anni. «L’intera gamma delle proposizioni eclettiche viene sfoderata in una competizione dominata dal più assoluto cinismo». 427
Tutta la vicenda del concorso sembra segnata da una sostanziale indifferenza nei confronti del ruolo urbano del grattacielo: «Gli architetti americani non producono più eventi alla scala metropolitana, ma si sforzano di dare stabilità formale ad oggetti architettonici le cui leggi intrinseche vengono ormai ignorate». 430
«L’assurdo del concorso per il “Chicago Tribune” è dunque nel voler congelare istituzionalmente l’oggettualità del grattacielo, nel volerne consacrare proprio l’autonomia che andava contestata, affinché una nuova fase di ricerca potesse essere iniziata».
Di rilevanza particolare per la comprensione rapporti che legano in questo momento architettura americana e cultura europea, è la partecipazione al concorso di architetti tedeschi e austriaci.
Il progetto di Lönberg-Holm per il Chicago Tribune è interpretato da Tafuri come anticipatore del MCGraw-Hill Building di Raymond Hood. È interessante il fatto che lo stesso progetto venga citato dalla critica come fonte per il progetto del PSFS. A proposito del McGraw-Hill building, Tafuri cita come possibile fonte anche il progetto di Wright del 1920/25 per gli uffici National Life Insurance co. - con particolare riferimento ai blocchi perpendicolari alla lama centrale, più alta, dell'edificio. Potrebbe essere interessante verificare se questo stesso progetto sia servito da fonte nella progettazione del PSFS. Il semplice riscontro di affinità formali potrebbe avvalorare l'ipotesi dell'interessamento da parte di Howe all'opera di Wright.
Manfredo Tafuri rintraccia, nei progetti per il Chicago Tribune, ricche anticipazioni sul linguaggio del grattacielo dopo gli anni '30. ["La montagna disincantata", in La città americana : dalla guerra civile al New Deal , Roma 1973, p. 444].
Il problema "linguistico" del grattacielo trova, nella vicenda del concorso, un importante banco di prova. Ma la questione del rapporto problematico fra struttura e stile architettonico, in rapporto alla tipologia del grattacielo, verrà risolto solo dopo che «un nuovo sistema di convenzioni linguistiche - quello fissato da Hitchcock e Johnson della formula "International Style" - avrà offerto alla prassi professionale statunitense un pacificante e unitario punto di sviluppo» [446]. È proprio su questo crinale, in questo momento di passaggio, che andrebbe collocata l'opera di Howe & Lescaze. Lo stesso Scully, in American Architecture and Urbanism, introduce il grattacielo per la Philadelphia Saving Fund sottolineandone il carattere di passaggio: «finally, the true last of the old and the first of the new, but not a New Yorker, appeared» [154].
Ed è la stessa congiuntura economica dell'America sul finire degli anni '20, a dare a questo progetto, assieme a quello per il Rockefeller Center, un carattere transitorio: «Indubbiamente, il 1929 è l'anno che segue una svolta nella storia delle Cities Statunitensi. E non solo perché, a cavallo del' "crollo" di Wall Street si realizzano, paradossalmente, le ultime grandi imprese edilizie nei cuori terziari di Manhattan e di Philadelphia - il Rockefeller Center, il PSB, l'Empire State Building vengono completati fra il '29 e i primi anni '30, sulla base di investimenti precedenti la crisi e per sfruttare le condizioni favorevoli per l'edilizia - ma anche perché è in questo momento che gli squilibri interni dell'assetto metropolitano degli Stati Uniti, e proprio per effetto delle misure anticicliche elaborate via via, subiscono un radicale riassestamento» [466].
A pagina 479-481 si accenna al progetto per la Chrystie-Forsyth Parkway.
Nota 116.
Il inguaggio delle avanguardie degradato a "stile", ad operazione pubblicitaria.
L'opera di Raymond Hood assume, a partire dalle opere successive al Chicago Tribune, il linguaggio dell'architettura radicale europea, ma lo depura di qualsiasi elemento ideologico. Il linguaggio delle avangurdie è così degradato a «stile», ad operazione pubblicitaria. Nell'opera di Hood, scrive Tafuri, «non esiste alcuna ideologia del mutamento - tema centrale delle corenti vitalistiche delle avanguardie europee - bensì una considerazione tutta realistica e commerciale di esso. L'adozione, nella grande scala dei nuovi grattacieli di Manhattan, delle depurazioni importate dall'Europa, contine, agli inizi degli anni '30, un potenziale comunicativo superiore a quello del Chrysler Building e dello stesso Empire State Building: nella metropoli composita e in continua trasformazione, ancora dominata dall'eclettismo, l'inserimento clamoroso di oggetti di avanguardia è destinato a produrre un effetto shock altrimenti irraggiungibile». [494]
Scrive Raymond Hood: «il concetto odierno di architettura rende impossibile la nascita di uno 'stile americano'. Uno stile si sviluppa con l'imitazione e la ripetizione, entrambe letali tanto alla creatività quanto al criterio - essenziale all'arte del costruire - della massima utilità» The design of Rockefeller Center City, in «Architectural Forum» 1932, vol. LVI, #1, parte prima, 15-16.
Il problema delle facciate nel Rockefeller Center:
«per un assurdo, gli architetti si trovano, in un progetto così funzionalmente ed economicamente controllato, a ricoprire la funzione di semplici designers. Vengono così elaborate più soluzioni per lo sviluppo delle finestre: a soluzioni simili a quella finale, a sviluppo verticale, si contrappongono organizzazioni in orizzontale, a finstre raggruppate, a griglia. non a caso, è il medesimo problema che si presenta, quasi conmporaneamente, a Howe e Lescaze nella progettazione del Saving Fund Society Building di Philadelphia» [519-20]. Tuttavia, nota Tafuri, «la vicenda del grattacielo di Philadelphia è tesa fra gli interventi funzionalistici del committente e i tentativi degli architetti, alla ricerca di un nuovo linguaggio per l'edilizia alta.» [520], laddove gli architetti del Rockefeller Centre sembrano rivestire di scarso valore specifico le varie proposte di facciata.
Il risultato, in entrambi i casi, tende all'accentuazione dell'elemento verticale: fra la disposizione del McGraw Hill Building e l'inedito impaginato a fasce orizzontali del Daily News, per il Rockefeller Center si sceglie quella meno innovativa: «la soluzione a fasce verticali è quella che garantisce la massima compattezza volumetrica. A livello di struttura complessiva, gli Associated Architects sembrano voler assicurare al Rockefeller Center la scarna essenzialità di un plastico»
[520]
«è indubbio che il pubblico di New York segue le fasi di progettazione ed esecuzione del Rockefeller Center, negli anni della depressione, come ultima "avventura" urbana e come premessa per il futuro, in modo analogo a ciò che accade a Philadelphia con la costruzione del PSFS Building, anch'esso realizzato per sfruttare le economie congiunturali dovute alla crisi» [528]


